L’Europa , Donne e lavoro nel commercio

12 marzo 2012

Si è svolto a Bruxelles il Working group meeting of the sectoral social dialogue in commerce.
L’argomento donna e lavoro è emerso come preponderante nella discussione: in che modo le multinazionali del commercio collocano la donna che lavora come dipendente, anche in relazione alle dinamiche di vita quindi la famiglia e al tempo per la socialità?
Nonostante la Carta Dei Diritti Fondamentali Dell’ Unione Europea sancisca i principi di uguaglianza e parità tra uomini e donne, le donne sono ancora fortemente discriminate sui posti di lavoro.

“Le lavoratrici del commercio quasi tutte assunte con contratti fuori da ogni certezza oggettiva in termini di continuità, vengono ricattate dalle multinazionali rispetto alla turnazione inoltre in alcune parti dell’ Europa, di tale fenomeno ovviamente l’ Italia ne è rappresentativa nella peggiore delle accezioni, ancora esistono le dimissioni in bianco.” A raccontarlo è Cinzia Gatto, lavoratrice del commercio, che ha partecipato all’incontro per la Filcams Cgil.
“La possibilità e il desiderio di una donna di voler diventare madre è ancora paradossalmente un vincolo per l’assunzione.”
Dalla discussione è emersa una riflessione divenuta poi una proposta e cioè la costituzione dicuna commissione di vigilanza in merito al fattore discriminazione delle donne lavoratrici nelccommercio, richiesta immediatamente inserita nell’ordine del giorno.
Una delle rappresentanti italiane ha affermato che la situazione delle donne e dei lavoratori tutti del commercio nel nostro paese ha subito l’ennesimo colpo rispetto al varo del decreto salva Italia.
“Si è affermato” prosegue la delegata “che le aperture senza regole temporali legittima di fatto il mercato del lavoro precario e la disgregazione dell’ istituto della famiglia escludendo ogni valore umano necessario alla funzione aggregativa dell’individuo in termini sociologici.

Aperture commerciali, la situazione in Europa

18 febbraio 2012

La recente liberalizzazione degli orari e delle aperture commerciali introdotta dal governo Monti ha suscitato molto polemiche. La Filcams Cgil ha più volte manifestato la propria contrarietà e per questo sta organizzando iniziative ed eventi in tante città italiane. Tra i sostenitori del “sempre aperto” è diffusa la convinzione che il provvedimento è necessario anche per stare al passo con l’Europa. Ma in realtà la situazione negli altri paesi non è del tutto così.
In Olanda, i negozi sono chiusi di lunedì od aprono solo mezza giornata; da martedì a sabato aprono alle 10 e chiudono verso le 18 e solo il giovedì hanno la possibilità di restare aperti sino alle 21.00. In linea di principio, la domenica non si lavora. I negozi possono chiedere di aprire 12 domeniche l’anno ed in genere aprono la prima domenica del mese da mezzogiorno alle 17.00. Eccezioni solo per le aree turistiche.
In Spagna, a partire da maggio, ma solo nella regione di Madrid, entrerà in vigore la legge di liberalizzazione degli orari commerciali, che permetterà aperture 24h al giorno 365 l’anno.
Come in Italia, i sindacati del commercio CC.OO e UGT insieme al Partito Socialista, Sinistra Unita e l’associazione dei piccoli commercianti hanno annunciato una mobilitazione dura “con el fin de evitar que al Partido Popular le salga gratis la aprobación de la ley”!

SEMPRE APERTI. MA A CHI GIOVA?

14 febbraio 2012

Liberi di aprire quando vogliono, nei giorni di festa o tutte le domeniche, dalle 7 del mattino fino a tarda sera. È la rivoluzione lanciata dal decreto Salva Italia emanato dal governo Monti: la liberalizzazione degli orari e delle aperture degli esercizi commerciali.
In barba alle Regioni, che ne avrebbero la competenza in materia; alle organizzazioni sindacali che da diversi anni combattono con le amministrazioni locali per pianificare un calendario delle aperture, e alla faccia di tutte le lavoratrici e i lavoratori del commercio che da un giorno all’altro si ritrovano a dover accettare la modifica dei loro turni orari.
Si alternano le voci dei favorevoli e i contrari a suon di comunicati e dichiarazioni. Si, alla libera concorrenza, che potrà migliorare i consumi (drasticamente in calo) e aumentare i posti di lavoro; No, ad una concorrenza spietata che danneggia i piccoli esercenti, i dipendenti del settore e non aumenterà né consumi, né occupazione.

Alle Regioni è demandata la competenza in materia di commercio; con il decreto invece viene meno questa prerogativa con il rischio che si scateni un “far west di aperture”molto temute dai piccoli esercenti, che con difficoltà riuscirebbero a sostenere i ritmi del “sempre aperto” al quale punta la grande distribuzione, e con conseguenze pesanti sui ritmi di lavoro per i dipendenti.
La Filcams Cgil, smonta i due falsi miti delle liberalizzazioni: l’incremento dei consumi e l’aumento dell’occupazione.
“Abbiamo già avuto un’esperienza concreta relativa agli effetti che la liberalizzazione delle aperture e degli orari ha prodotto – per quanto, fino ad oggi, più regolamentata.” Nessun aumento dei consumi secondo la Filcams Cgil e “sul piano occupazionale gli effetti sono solo di tipo precario, la condizione lavorativa peggiora e con essa anche la qualità del servizio.”
Molte aziende della Grande Distribuzione Organizzata, tra l’altro hanno già fatto capire “che a fronte di aperture “a ciclo continuo”, non potendo sostenere i costi di nuove assunzioni e la gestione “in straordinario” dell’estensione degli orari, le prestazioni dei lavoratori presenti saranno riorganizzare e modellate – senza costi aggiuntivi per l’azienda – per adattarsi alle nuove esigenze e alle tendenze di acquisto che i consumatori determineranno, (prevedibilmente una diminuzione di presenze fino al mercoledì e concentrazione nei fine settimana!).”
Il bisogno di lavoro e le necessità economiche potranno portare tante lavoratrici e lavoratori ad accettare condizioni sfavorevoli, turni su turni, per timore di perdere il posto.
Si è vero, i lavoratori del commercio non saranno gli unici ad avere compromesse domeniche e festività, ma l’attuale organizzazione (o dis-organizzazione) del lavoro costringe molti a lavorare sempre durante i festivi, senza alcuna turnazione e con molte aziende che tentano di ricondurre il tutto a lavoro ordinario per evitare la maggiorazione economica.
Parliamoci chiaro però, i centri commerciali nei week end sono pieni!
La visita al centro commerciale durante le domeniche e i festivi è diventata una consuetudine per gli italiani, è ormai un fattore culturale è il passatempo più quotato da giovani e meno giovani.
Intanto, in ogni dove, si mobilitano le lavoratrici e i lavoratori del commercio: prima i dipendenti del centro commerciale Centro Commerciale Orio poi Le Gru di Torino, e successivamente lo sciopero del Veneto e tante altre iniziative territoriali. Anche il web diventa un luogo in cui manifestare il proprio disappunto con gruppi su facebook, petizioni online e tanto altro.
E per le aziende il sempre aperto rischia di portare ad un cannibalismo, una concorrenza incessante e sfrenata.
Senza parlare poi dei costi che ogni azienda dovrebbe tener conto di avere nello stare aperti. Costi di gestione, spese delle utenze e costo del lavoro, il gioco vale la candela?

“L’unico effetto concreto delle liberalizzazioni sarà il peggioramento delle condizioni e degli orari di lavoro, in cui il faticoso equilibrio tempi di vita/lavoro non troverà più riconoscimento scardinando così la contrattazione sull’organizzazione del lavoro costruita nelle aziende”ne è convinta la Filcams Cgil. “Si lasciano così inalterati e senza risposta i veri problemi che vedono ancora la contraddizione di un settore che si vuole ad ogni costo falsamente “moderno” e “libero” mentre tutto ciò che lo circonda nelle città continua a vivere seguendo ritmi diversi.”
Il sociologo Domenico De Masi, in un’intervista, ha detto al riguardo: “la riforma non risolverà per niente i nostri problemi economici. Anzi, al danno finanziario si aggiungeranno quelli sulla qualità della vita.”
Secondo il sociologo, infatti ideatore del concetto di “ozio creativo”: “Al di là dell’economia ci sono settori come la salute, la psicologia, la letteratura, la psicolanalisi, l’estetica, che non possono essere assolutamente trascurati. Per vivere meglio non è necessario lavorare incessantemente, produrre incessantemente: occorre anche vivere bene. Non si deve per forza andare al ristorante e spendere tanto denaro: si può mangiare anche a casa, ascoltando della buona musica”.

Finestra sull’Europa….2

9 febbraio 2012

bannerste

Due amiche davanti ad un the: «Negozi sempre aperti, ci pensi?» . «24h su 24h saranno disponibili tutte le cose che non possiamo più permetterci!» . É il contenuto di una vignetta che è girata sui social network dopo la decisione del governo Monti di liberalizzare le aperture nel commercio.
Una vignetta che ci ha fatto sorridere, ma che racconta con estrema semplicità e con nuda realtà quanto sia mistificante l’assioma che liberalizzare – a prescindere da cosa e come – produca crescita e dunque ricchezza.
Viviamo in un paese dove il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza, un paese dove il 50% della popolazione possiede meno del 10% della ricchezza, mentre si parla di spread tra Bund e Btp e dei mercati finanziari, continua ad aumentare lo “spread” tra prezzi e redditi disponibili e i consumi nel mercato dell’economia reale sono mortificati da una sempre più esigua capacità di spesa.
É da un po’ che si va verso la liberalizzazione degli orari commerciali, in Italia e in Europa, con processi più o meno avanzati. Ovunque è stata attuata, si è registrato un peggioramento delle condizioni di lavoro, un aumento della quantità di contratti a termine e part-time, un uso illegittimo di collaborazioni autonome o parasubordinate che mascherano lavoro dipendente, turni mutevoli e spesso spezzati, una conciliazione dei tempi di vita e di lavoro difficilissima da gestire e la cancellazione delle domeniche e delle festività dal calendario delle commesse e dei commessi.
Inoltre, la liberalizzazione ha prodotto, laddove è stata realizzata, la crisi della piccola distribuzione e la chiusura di molti piccoli esercizi che sono stati strozzati dalla morsa della concorrenza dei grandi centri commerciali. In altre parole, ha prodotto disoccupazione di proprietari e dipendenti.

Tutto questo ci dà la cifra di una politica schizofrenica che promuove la crescita dell’economia attraverso l’impoverimento e la precarizzazione della società. Tutto questo ci parla di una competizione selvaggia che scarica i suoi costi sulla pelle dei lavoratori. Nel frattempo continua l’attacco al sindacato e alla sua legittimità, soffocato nell’angusto campo della resistenza e della difesa dell’esistente, e si continua a deprimire e mortificare la sua capacità d’intervento e regolamentazione.

Tuttavia, un potere continuiamo ad averlo e possiamo agirlo, non solo in Italia ma anche in Europa.
Esiste una direttiva europea sui tempi di lavoro che in questo momento è in fase di revisione. Le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori a livello europeo hanno da poco cominciato un percorso di negoziazione che li porterà all’inizio di Settembre 2012 ad un accordo. Quell’accordo sarà consegnato alla Commissione europea e in forza dell’Articolo 155 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea sarà implementato da una decisione del Consiglio. Le decisioni del Consiglio hanno potere vincolante e sono direttamente applicabili. Essendo la normativa comunitaria di ordine gerarchico superiore alle leggi ordinarie, in caso di conflitto, le norme nazionali sono disapplicate e dichiarate illegittime.
Allora noi in quel processo dobbiamo starci. Dobbiamo starci insieme ai sindacati del commercio degli altri paesi e insieme a Uni Europa Commerce, la federazione europea dei sindacati del commercio a cui siamo affiliati.

Contrastare l’attacco ai diritti e alle tutele dei lavoratori è un obbligo per noi. Per farlo abbiamo due campi complementari: l’Italia e l’Europa. Impegnarsi a costruire un fronte comune transnazionale e sovranazionale in grado di fare massa critica su chi assume le decisioni è l’unico modo per reggere l’urto di processi di deregolamentazione e delocalizzazione che avvengono a livelli e frequenze nettamente superiori a noi. L’Europa, l’altra Europa, è la nostra via d’uscita contro la barbarie.
La battaglia è già cominciata e il prossimo appuntamento è il 4 marzo con la Giornata Europea per le Domeniche libere dal Lavoro promossa dallo European Sunday Alliance.
Se il lavoro è la cartina di tornasole di una civiltà, non esiste civiltà democratica senza diritti e tutele per le lavoratrici e i lavoratori.